Corso o Percorso? Le abberrazioni del Reiki nella pratica occidentale della disciplina

Mi capita spesso di chiacchierare con persone che dopo aver frequentato un seminario Reiki di due giornate e, dopo essere stati “iniziati operatori”, hanno ringraziato e salutato il loro maestro per continuare la loro vita esattamente come prima.

Normalmente preferisco chiamare le persone iniziate al Reiki praticanti piuttosto che operatori proprio perché si riconosca, innanzitutto, il valore della pratica costante. Ma in Italia si usa più spesso questa seconda parola, che meno rende l’idea di ciò che conta maggiormente.

E’ vero che la prima armonizzazione Reiki lascia un segno energeticamente importante nel campo aurico della persona e che un iniziato porterà per sempre con se questo grande dono, ma non accompagnare un praticante nel suo percorso per almeno qualche mese di esplorazione equivale a impedirgli di comprendere realmente cosa sia Reiki e lasciare che la sua mente, le sue paure e le sue resistenze possano avere il sopravvento.

Poco fa ho terminato una lunga telefonata nella quale cercavo di spiegare ad un nuovo praticante Reiki, iniziato da un altro maestro, perché il seminario di primo livello non potesse prescindere da una pratica costante e da un percorso che perdurasse durante l’anno.

Nella tradizione Reiki orientale – quella avviata da Usui e sviluppata nel suo paese dai suoi diretti discendenti – l’armonizzazione avviene per scelta ed accordo fra maestro e praticante durante il percorso, in uno dei trattamenti che normalmente si ricevono. Questo dovrebbe lasciare intendere molto di come la disciplina sia stata voluta inizialmente… ma spesso i maestri Reiki Usui occidentali (tradizione Takata) nemmeno lo sanno.

Reiki è ricerca, contatto, sentire e apertura di cuore.
Qualcosa, quindi, che non può certo esaurirsi in un weekend e che storicamente richiede anche una “preparazione” precedente all’iniziazione stessa.

Per dirlo ancora più esplicitamente: nella tradizione originale Reiki non esiste un “corso di iniziazione”, ma un percorso che dura mesi o anni, durante il quale ci si avvicina, si conosce, si fa esperienza e poi ci si scopre pronti a praticare il Reiki.

Proprio perché Reiki si sviluppa attorno al sentire, all’intuizione, all’evoluzione spirituale e alla sensibilità personale dell’operatore, non si può prescindere dall’esperienza pratica, dal feedback e dal confronto con altri operatori e maestri.

Resto sconcertato quando sono gli stessi maestri a trasmettere – con le parole o con i fatti – che si “diventa operatori” Reiki in soli due giorni di seminario.

La frenesia dello stile di vita moderno e le dinamiche commerciali e organizzative che ruotano attorno al “Reiki occidentale” spesso ne snaturano l’essenza.

E’ legittimo che una persona che non ne conosca la storia e la natura possa paragonare il Reiki a una pratica di massaggio o a una forma terapeutica qualunque, ma è un dovere etico per ogni maestro quello di offrire un percorso che accompagni e aiuti gli operatori a crescere (a maggior ragione quando cominciano a parlare di secondo livello…).

Molte persone, dopo aver frequentato un seminario Reiki di due giornate e, dopo aver ringraziato e salutato il loro maestro, mettono il dono ricevuto in un cassetto… finché non scoprono realmente di cosa si tratta e decidono di cominciare a viverlo pienamente. – Marco Cattaneo